venerdì 4 ottobre 2013

Crudele esilio - Recensione di Lorenzo Bacco

Crudele esilio

 

Scricchiolano come vetri rotti
sotto i palmi dell’anima mia
quelle lame di rancori
cieche alla ragione
e sorde al richiamo del cuore
Crudele il mio esilio da te sanzionato
in un giorno lontano di pioggia e sale
ove il sole
d’allora
non scorgo mai
Iniqua prigione e tormento
che mai nessuno ha osato valicare
Eppur m’appare il mesto tuo sguardo
quando nascosto
osi posare gli occhi
su ciò che di me resta
oltre la tua tormentata collera
il silenzio del dolore
 
 
 
 
 
La motivazione di mettere in evidenza il brano selezionato:
 
 
L’esilio, un luogo di dolore e di ricordo struggente per colui che viene relegato in questo luogo d’oblio, crudele perché chi è dentro non può assaporare la gioia della libertà dell’anima e della vita dei suoi luoghi cari, in tutti i suoi aspetti. Arido il luogo, inaridisce lo spirito di chi attende. E questa settimana mi colpisce il tema che parla di odio e collera e l’egoismo che svilisce l’uomo artefice di tale sentimento, ossimoro della solidarietà tanto auspicata dall’Autrice di questa Lirica. 
 
Crudele esilio
 
Non un esilio di terra lontana dalla sua, ma un esilio d’anima e pensiero  
 
Scricchiolano come vetri rotti
sotto i palmi dell’anima mia
 
Ed inizia con un rumore che mette panico a sentirlo, i vetri rotti caduti in terra per un qualsiasi evento, un bicchiere in frantumi e l’attenzione che bisogna avere per non farsi penetrare nei piedi dai frammenti, risultanti dolorosi e insidiosi e ancor più se questi vetri, nella metafora che ne consegue, si conficcano nelle pieghe dell’anima che soffre il dolore più acuto. Una ferita al piede può guarire in fretta,  ma una ferita all’anima ha bisogno di lungo, lungo tempo per essere elaborata e assorbita perché  
 
quelle lame di rancori
cieche alla ragione
 
si conficcano nel cuore e lo fanno sanguinare, lame taglienti, altra metafora per indicare il male che taglia a fette  l’anima, lame che imperterrite non ascoltano la ragione rendendole finanche
 
sorde al richiamo del cuore
 
che invoca affetto e comprensione, tralasciando l’empatia, il transfert che s’immedesima negli abiti dell’altro 
 
Crudele il mio esilio da te sanzionato
in un giorno lontano di pioggia e sale
 
E la Nostra Shayra dichiara ancora amaramente il termine crudele, l’esilio è crudele per lei, l’esilio dai sentimenti più puri, sanzionato da chi un giorno ha promesso amore, un giorno lontano funestato dal cattivo tempo e coperto di sale, il simbolo dell’aridità e ancor più di speranza di vita futura
 
ove il sole
d’allora
non scorgo mai
 
Nel suo significato mitologico il “sole” è energia luminosa o luce solare  incorporata in una struttura in grado di creare e conservare la vita.
E questa luce ormai s’è persa nei meandri del buio 
 
Iniqua prigione e tormento
che mai nessuno ha osato valicare
 
Una galera, un limite che mai nessuno si augura per sé e che  mai vorrebbe oltrepassare 
 
Eppur m’appare il mesto tuo sguardo
quando nascosto
osi posare gli occhi
 
Rimane pur sempre una speranza e la Nostra immagina gli occhi nascosti, pur mesti e carichi di un affetto ormai sfocato, occhi adesso, invece,  quasi furtivi di chi l’ha relegata in quello stato
 
su ciò che di me resta
 
condizionata da un evento triste che l’ha posta in uno stato quasi di frustrazione, mi perdoni l’Autrice il crudo linguaggio.
 
oltre la tua tormentata collera
il silenzio del dolore
 
un congedo che valica un dolore infinito, silenzioso, struggente, che abbraccia, purtroppo, il tormento provocato dalla collera di chi ha provocato il Crudele esilio dei suoi sentimenti.
 
Una Lirica dettata da sentimenti sublimi, radicati in un’anima nobile, nell’invocazione iniziale e pennellata, nella stupenda grafica di Rosy, di un desiderio sussurrato e sentito:
Vorrei che tu fossi qui !!
 
Un abbraccio di cuore, cara Shayra.
 
 
 

domenica 2 giugno 2013

Vi presento il mio nuovo libro



Recensione a cura di Lorenzo Bacco

 

 

Quarta Dimensione

E’ una raccolta di poesie, riflessioni e brevi racconti di Gelsomina Smaldone, per tutti Noi, Shayra ed in questa Silloge, le metafore sono uno stile della poetica che Le appartiene e che usa con disinvoltura e non soltanto queste, incalzanti, che la Nostra Poetessa accarezza per costruire i versi che filtrano nelle Stanze dell’Anima, ma anche figure retoriche altre che ritroviamo spesso nelle sue liriche per riscattare dalla “Valle dell’oblio” le “Anime stanche” che “s’abbandonano in egri e rugosi corpi” e, in questo caso, nella sequenza della strofa, usa l’enjambement che scavalca il verso, per confermare il suo amore per gli Ultimi. Spiriti trafitti dal dolore, trapiantati in corpi concreti, anch’essi umiliati dai continui accadimenti che la vita offre loro “nascosti senza più attese né speranze” in un dolore che lacera il cuore che anela pur sempre di “tenui desideri” di riscatto esistenziale.

Quarta Dimensione è un compendio di Poesie curate fino allo spasimo sublime, in cui la Poetessa si racconta, raccogliendo le sue lacrime ormai esauste che scivolano nei vasi di cristallo che Lei conserva gelosamente sul comodino della sua Anima bella ; e questa si riflette nell’Introspezione dello Spirito, oscillando, come in altalena, nei componimenti, più di settanta, di Prosa e Poesia, traendo ispirazione, a volte, nei Grandi della Poesia, come Alda Merini e Giuseppe Ungaretti, nei suoi “attimi d’immenso”, un verso che la Nostra usa spessissimo nelle sue strofe, “sul pendio di remoti pensieri”, mentre “ora è solo tempo di silenzio”.

Quarta Dimensione è il titolo del libro e non solo, essa appartiene in esclusiva ad una Lirica con il medesimo titolo, un’ esclusiva per un diaframma di silenzio e dolore, in cui affonda lacerante il suo grido angoscioso. E’ un po’ il tema di questo libro, stupendo, che s’infrange come onda sanguinante nella profondità del “mare in cui annego”, chiosa la Poetessa. Parla Dell’amore, Gelsomina, nella Lirica già sfogliata per qualche Vetrina, di cui ho avuto l’onore di scrittura; un misto tra Poesia e racconto breve in cui, trafitta dal destino, continua, nella sofferenza, a vivere e ad amare “diversamente, dolorosamente, raccolta nel mio segreto e dignitoso tormento” .

Mi fermo, senza trascurare le Liriche che Gelsomina dedica ai suoi Cari e ai nomi stampati nel suo cuore immenso, mentre, “La vita respira nuovi passi nel volo alto di un’aquila reale” mentre, “Racchiudo le mie ali e siedo sul trono della speranza a rimirare gocce di rugiada”

E a chi se non ad Anna

Ad Majora Gelsomina , di cuore

Lorenzo Bacco

 

giovedì 28 febbraio 2013

La filosofia non é altro che l'espressione del pensiero umano. Ecco un mio approfondimento sulla Solitudine - Friedrich Wilhelm Nietzsche

 

Friedrich Wilhelm Nietzsche è tra i sommi filosofi di ogni tempo, poeta, saggista, compositore e filologo tedesco. Nasce a Röcken il 15 ottobre 1844 in un villaggio prussiano.
 
 
 
Cenni biografici
 
 Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1849, si trasferisce a Naumburg, dove intraprende gli studi di lettere classiche e religione, segue, molto compiaciuto, anche la musica e il canto. Nel 1858 dimostra, precocemente, le sue rare doti intellettuali, si dedica alla scrittura di poesie.  Ama leggere Goethe, Hölderlin e Byron. Frequenza il ginnasio di Pforta, poi si iscrive all'Università di Lipsia nel 1865 e, pur se molto interessato dalle lezioni di filologia classica del suo insegnante Friedrich Ritschl, avverte un’irrefrenabile attrazione verso Teognide e Suida, ma è ancor più affascinato da Platone, Emerson e Schopenhauer, anche se in seguito, contrasterà il pensiero di Schopenhauer e Platone. Studia attentamente la loro filosofia, l'opera di Diogene, di Laerzio, Omero, Democrito, Eschilo e Kant.
 
Nel febbraio del 1869 ottiene la cattedra di lingua e letteratura greca dell'Università di Basilea. Nel maggio dello stesso anno, l'Università di Lipsia gli conferisce la laurea sulla base delle sue eccellenti pubblicazioni nel Rheinisches Museum, dopo aver discusso su Omero e sulla filologia classica.
 
L’inconfutabile pensiero filosofico, letterario e politico, nonostante la giovane età, furono molto incisivi per il Novecento. La sua filosofia creò un varco verso un rinnovativo modulo di riflessione, più sostanziale e provocatorio, facendo di Nietzsche un meditatore senza uguali nel suo genere, esaltando, inoltre il mito, la poesia e la musica.
 
La malattia
 
Alla giovane età di 34 anni abbandona l’insegnamento, a causa di frequenti emicranie, eccessi di rabbia, attacchi di vomito e dolori agli occhi che gli causarono in seguito vere crisi di follia. Inquieto e nervoso diede una svolta alla sua vita, viaggiò molto, cercando nuove sollecitazioni e sperando che i climi miti potessero apportare dei miglioramenti alla sua salute, purtroppo non giunsero mai. Trascorse un lungo periodo di solitudine durante il quale pubblicò molte opere.
 
La malattia e l’isolamento interiore di Nietzsche contribuirono alla formazione del suo apprezzato pensiero.
 
La causa della sua follia rimane ancora oggi misteriosa per la fondatezza delle svariate ipotesi. Potrebbe l'autodistruzione, la follia volontaria, intesa come forma di ascesi superiore aver provocato i suoi malesseri, come accenna egli stesso in un famoso aforisma:
 
Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te. 
( da Al di là del bene e del male)
 
Nel 1888, dopo nuove e numerose pubblicazioni, Nietzsche si trasferisce a Torino, città che stimò particolarmente, qui scrisse l'Anticristo, Il crepuscolo degli idoli ed Ecce Homo. Nel 1889 avvenne infine il crollo mentale. La prima crisi accadde in pubblico, nelle vicinanze della sua casa torinese.
 
La patologia, che causò i sintomi attribuiti alla follia, non appare tutt’oggi molto chiara. S’ipotizzarono diverse malattie, fra queste un disturbo bipolare, di cui, pare fosse affetto fin dalla gioventù e presente nella sua famiglia. Si parlò anche di avvelenamento da farmaci, somministrati durante i ricoveri in manicomio, altri attribuirono le ragioni dei suoi disturbi alla sifilide, una malattia venerea contratta da una prostituta, altri ancora alla schizofrenia. La supposizione più credibile fu quella che le insorgenze neurologiche di Nietzsche fossero causate, quasi sicuramente da un meningioma, tumore benigno, oggi facilmente operabile, che, situato sul nervo ottico, gli causava terribili emicranie.  I suoi disturbi segnarono intensamente la sua vita di uomo e di filosofo. Durante i suoi ricoveri, prima in Svizzera e poi in Germania, alterna momenti di esaltazione a profonda tristezza. Il silenzio totale copre ogni sua giornata, soffre di diverse forme di paralisi, poi si aggrava, si presume per le dosi eccessive di farmaci che controllavano i suoi malesseri.
 
Si spegne per una polmonite il 25 agosto del 1900 a Weimar.
 
La filosofia 
 
Nietzsche esprime un’intensa negazione del passato, rifiuta tutte le tradizioni, manifesta seri dubbi sull’intera storia della filosofia occidentale, che, nonostante numerosi secoli di decifrazione metafisica dell’essere, presenta una sorta di stasi. Egli ricerca un nuovo fondamento. Il suo fine non è soltanto di distruggere le teorie e le convenzioni, ma trovare una diversa tipologia d’umanità, completamente lontana da quella occidentale, l’uomo libero, conosciuto come il Superuomo o Oltreuomo, cioè l'uomo in grado di oltrepassare se stesso, perseguendo il destino attraverso l’esercizio della volontà.
 
Bisogna avere ancora il caos dentro di sé per generare una stella danzante.
(da Così parlò Zarathustra)
 
L'Oltreuomo non calpesta gli altri, ha compreso che è egli stesso a dare il significato alla vita, poiché l’accetta in ogni sua espressione, nel deliziarsi d’essere soggetto di vita e di morte. Fronteggia la vita con audace pessimismo, fonde il fatalismo alla fiducia e si slega dai logori concetti del bene e del male, attraverso un’esclusiva indifferenza nei confronti dei valori etici che considera estinti.
 
Pur ammirando Schopenhauer, per il quale la vita è irrazionale e crudele, è dolore e distruzione, le considerazioni di Nietzsche vanno oltre al pessimismo Schopenhaueriano.
 
Nietzsche insiste nel proprio credo, il sentimento drammatico della vita consiste nel protendersi verso di essa in un abbraccio privo di barriere, è un’entusiasmante partecipazione a tutti i suoi aspetti, anche a quelli più temibili e terribili, poiché tutto fa parte dell’immenso e abissale oceano dell’esistenza. 
 
Ne La nascita della tragedia (1872), Nietzsche vede nel mondo greco la stagione spiritualmente più nobile e prolifera dell’umanità. La civiltà greca possiede un vigoroso senso tragico, che è per il pensatore il modo più reale di confrontarsi con la vita e porsi con coraggio davanti al Fato. L’uomo greco vedeva dappertutto l’aspetto orribile e assurdo dell’esistenza: ma egli seppe, nell’arte, trasformare l’orrendo e l’assurdo in immagini ideali per rendere accettabile l’esistenza. La grande tragedia greca è la forma suprema di arte, giacché in essa si compongono gli impulsi vitali creativi (spirito dionisiaco), e la moderazione, l’equilibrio, la razionalità (spirito apollineo). 
 
Conclusioni
 
L'opera di Nietzsche si fonda sulla demolizione di ogni metafisica e la critica di ogni idealismo.
 
Dinanzi alla vita, che secondo il filosofo, è solo sofferenza, tristezza, crudeltà, infelicità, lotta, rimangono possibili solo due atteggiamenti, una posizione che nasce dalla morale cristiana e dalla spiritualità comune, oppure l’esaltazione della vita. Il mondo, quindi, è una sorta di gioco estetico e tragico, che solo l’arte riesce a comprendere realmente. Da questa considerazione deriva la natura metafisica dell’arte e la sua funzione di organo della filosofia, che protende verso la nascita della tragedia con un'inclinazione romantica.
 
L’uomo, per troppo tempo, ha dovuto attingere all’illusione per dare un valore alla vita, poiché ha sempre avuto paura della verità, paura di ammettere che essa non ha un senso, che non esiste nessun oltre, nessun dio. L'Oltreuomo é capace di sopportare quest’idea!
 
Il suo pensiero filosofico sembrerebbe dissennato, proprio come la sia malattia, ma non è forse folle un vero genio?
 
La solitudine di Nietzsche
 
La propensione di Nietzsche verso l’isolamento e il vagabondaggio, credo non possa negare la validità del suo pensiero, né essere addebitata necessariamente alla sua malattia, come invece alcuni critici ostili e increduli hanno affermato.
 
Prima del cedimento mentale ha certamente dimostrato che i suoi innovativi percorsi rivoluzionari hanno contribuito l’accesso a una filosofia oggettiva, che nasce da legittimi stati d’animo, pienamente accettabile e vera, che crea un assunto da valutare con meticolosa attenzione.
 
La sua introversione, le doti emozionali, intellettive meramente eccellenti sono la chiave della sua dottrina e della precoce consapevolezza della sua diversità, infatti, a 14 anni egli scrive:
 
Alla mia giovane età avevo già sperimentato molto dolore e tanti affanni, e non ero vivace e sfrenato come sono di solito i ragazzi. I miei compagni solevano canzonarmi per questa mia gravità. Ma ciò non accadde soltanto alla scuola elementare, no, anche in seguito, all'istituto e perfino al liceo. Fin da bambino io ricercavo la solitudine, e mi trovavo meglio là dove potevo abbandonarmi indisturbato a me stesso.
 
Questa considerazione resterà invariata negli anni, scriverà un pensiero sublime, profondo e triste per le motivazioni conosciute:
 
Odio coloro che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia.
 
Questa frase esprime quanto l’incomprensione e la derisione della società (nel suo caso i compagni) gli provoca rabbia, odio, vendetta, disprezzo per la comunità in generale.  Cerca riparo nella fede, sebbene poco dopo la rinnegherà. Rimane invariata però, e nel tempo esaltata e amata, la ricerca della solitudine come intima sicurezza, nella quale, nonostante il grave senso di inadeguatezza, l’avversione nei confronti della normalità, egli non perde le capacità intuitive, intellettive, geniali e il profondo desiderio di intraprendere sentieri di dottrine non a tutti accessibili ma non per questo meno vere.
 
La solitudine sofferta dal grande filosofo tedesco non appartiene a tutti, ma a molti.
 
Gli somigliamo, ognuno per differenti e personali ragioni, troppo spesso incomprese dall’indifferenza della massa che crea un confine invalicabile: il rifiuto, il senso di non appartenenza.
 
Oggi, più che in altre epoche, accadano frequenti comportamenti deplorevoli e di non accettazione, come il bullismo e la violenza nei confronti di bambini, adulti, anziani, individui sani o ammalati, verso i disabili, gli indifesi, gli animali, e secondo voi dopo queste e tante altre innominabili, indegne esperienze devastanti, piaghe di una società che si definisce civile, l’essere dove può trovare rifugio e pace se non nella solitudine?
 
Persino la genialità, l’eccentricità, l’intelligenza intraprendono la strada del silenzio e dell’unione solo con se stessi.
 
La solitudine cui mi riferisco non è la semplice ricerca del piacere in sé, della pace, del silenzio, della serenità, scevre da qualsiasi forma dolore, è una scelta, dapprima dolorosa poi sostenibile per trovare in se stessi ciò che il mondo ci nega o ci imputa.
 
Nietzsche ha mostrato al mondo grandi doti, attraverso il suo pensiero filosofico, l’abilità di trarre vantaggio e forza dalle proprie inquietudini, la consapevolezza che la mente e l’anima hanno bisogno soltanto di se stesse per vivere e sopravvivere!
 
Si può cadere in un baratro profondo e risalire fino alla preziosa vetta della dignità, soli, in silenzio, nella completa accettazione dell’evento.
 
Immenso Nietzsche, pur se considerato folle resta un genio!
 
 
 
 

 

sabato 24 novembre 2012

La violenza sulle donne

Articolo pubblicato sul sito La Mente e Il Cuore

 

 
Nell’attuale società i diritti, il rispetto, il valore della vita, sono continuamente calpestati, regnano per lo più sovrani e insufficientemente contrastate forme di malsani comportamenti.
 
Il concetto di appartenenza, che dovrebbe confluire tutti gli uomini verso un unico scopo, il Bene, quale virtù che onora la persona e le sue azioni, affonda lentamente oltre l’orizzonte umano in un doloroso declino, un tramonto dell’essere che non vedrà mai più l’alba della sua stessa esistenza se la ragione, la morale e l’Amore non li annienteranno definitivamente.
 
La violenza sulle donne è fra le azioni più indegne e deprecabili che un uomo possa commettere. I maltrattamenti di cui è mostruosamente capace si diramano e colpiscono diverse sfere, fisica, psicologica, sessuale. 
 
Ognuna rappresenta una ripugnante e affilata lama che infierisce senza riserva di colpi colei che, secondo un antico proverbio, non deve e non può essere sfiorata nemmeno con un fiore.
 
Pochi rispettano l'integrità fisica e morale delle donne!
 
Le statistiche attuali inorridiscono, infatti, in Italia viene uccisa una donna ogni 2 giorni e 7 donne ogni giorno subiscono violenza dagli uomini.
 
Si potrebbe raggruppare la sottospecie dei violenti in due categorie,i più leziosi compiono abusi psicologici,  i più forzuti le picchiano.
 
Il silenzio e la vergogna
 
Un fenomeno che accade spesso è il silenzio in cui si rifugiano, da un lato le donne maltrattate e dall’altro gli uomini che maltrattano, ma le ragioni appaiono palesemente differenti; le prime non rendono manifesta la violenza, gli altri che si macchiano di tale crimine, spesso ostentano al mondo una facciata ben diversa dalla realtà, confortati soprattutto dalla mancanza di denuncia da parte delle loro vittime e di chi molto frequentemente sa e zittisce!
 
Le ragioni del silenzio e della vergogna
 
Affondano in radici ataviche le motivazioni che inducono una donna a subire maltrattamenti. Ricordiamo, non me ne vogliano i lettori, che, sebbene il genere maschile si diversifichi, l’uomo è nato maschilista fin dal tempo delle caverne, periodo in cui la clava non rappresentava soltanto un’arma per procurarsi cibo. Da quel lontano tempo a oggi, per alcuni, la vita si è evoluta e con essa l’umanità, per altri sussiste ancora una situazione di stallo comportamentale, che esprime una latente mentalità maschilista.
 
La nostra epoca si differenzia di poco dalle precedenti, giacché continua a raccogliere incredibili violenze tra le mura domestiche, complici inconsapevoli sono le stesse donne che decidono di non denunciare gli abusi, nella speranza che qualcosa cambi, che l’uomo cambi, intanto il tempo passa…
 
Si associano alla rinuncia di parlare e agire numerose motivazioni, la paura di essere trovate e massacrate, la mancanza di un tetto, di un sostentamento per i figli, per se stessa, l’intervento dei familiari che non sempre sono d’aiuto.
 
Quante volte abbiamo udito madri o suocere ripetere “ pensa bene a quel che fai…pensa ai tuoi figli… senza un padre…pensa a cosa dirà la gente…in fondo è un brav’uomo… è il lavoro che lo stressa…sii paziente… cambierà… hai una bella casa… i problemi si risolveranno…”
 
E’ d’uopo, a questo punto, chiederci se anche loro hanno ricevuto lo stesso trattamento, se frasi e consigli  come questi rappresentano un bene o un male?
 
Pensare bene? Certo! I figli? Starebbero sicuramente meglio senza dover assistere a scene di violenza che incutono timore e orrore! La gente? Chi è? In fondo è un brav’uomo? Davvero? Il lavoro lo stressa?
 
Perché il lavoro e i gravosi impegni di donna e madre non stressano? Essere paziente? Non si tratta di pazienza! Una bella casa? A cosa serve una bella casa se ci sanguino dentro e tremo solo all’idea che vi faccia ritorno? I problemi si risolveranno?  Allora i miracoli esistono? E quando? Quando mi troveranno morta?
 
Così risponderebbe una donna se trovasse il coraggio di parlare, di superare la vergogna e il disonore che aggravano le sue paure.
 
Che cosa è cambiato?
 
Una delle leggi predominanti che governano i branchi dei leoni è che solo le leonesse cacciano, lasciano i cuccioli alle femmine più giovani, mentre il maschio sonnecchia. La preda catturata spetta al capobranco che si ciberà per primo, dopo potranno sfamarsi anche le leonesse. Una norma, questa, che è diretta verso un unico fine, la sopravvivenza e la protezione della specie, grazie alla forza del maschio.
 
Solo le fiere possono esigere tale diritto!
 
Meno di un secolo fa la donna non sedeva a tavola con il marito, solo dopo che egli aveva terminato il pasto poteva nutrirsi, purtroppo questa cultura é ancora oggi presente in molto paesi.
 
Meno di un secolo fa la donna e precisamente fino al 1946, non aveva diritto al voto, era suo compito sfaccendare a casa, crescere i figli e doversi stupire piacevolmente al rientro del marito-padrone, sottoporsi ai suoi desideri, in quanto bene di proprietà e quindi sempre disponibile, senza privilegio d’appello e replica, per poi, caso mai ricevere calci e pugni alla fine della giornata.
 
Altro suo doveroso compito contemplava la tacita accettazione che il proprio uomo frequentasse altre donne,  poiché impedito dalla pseudo morale, ottima scusante, o per colpa della donna che rifiutava le sue specifiche richieste. Chissà perché?
 
Potremmo dedurre quanto sia stato difficile abbandonarsi fra le sue braccia dopo  i colpi ricevuti nel corpo e nello spirito? Forse non gli crede quando, in lacrime, le chiede “perdono, non lo farò mai piu’” mentre le accarezza il viso tumefatto e ancora sanguinante? Sarà stato ed è tutt’oggi per queste ragioni?
 
Il seme della violenza
 
I motivi della violenza provengono da diversa natura: psicologica, caratteriale, culturale, religiosa, patologica e così via, ma la ragione principe potrebbe nascere da una trasmissione molto comune, un tipo d’ereditarietà comportamentale.
 
La statistiche confermano che l’uomo violento é per lo più colui che ha assistito ad abominevoli abusi sulla propria madre e conseguentemente su se stesso. Un triste ciclo che si ripete.
 
Il seme della violenza cresce e si dirama e, qualunque siano le cause, i media e le testate giornalistiche sono diventati bollettini di guerra.
 
La posizione della società 
 
Le leggi vigenti hanno applicabilità solo in caso di denuncia, di lesioni gravi o mortali e le forze dell’ordine sono in grado di fare ben poca cosa se non é manifesto un atto d’accusa.
 
Le pene applicate e le manette spesso sono insufficienti se non, preventivamente o contemporaneamente,  accompagnate da risorse sociali, come i centri d’ assistenza, d’incontro, nei quali le sedute, il contatto psicologico possa creare una formazione, una cultura, un’educazione che insegni quanto l’intimazione e l’intimidazione non può e non deve rappresentare un diritto da esercitare per risolvere i conflitti interiori, interpersonali e familiari.
 
Il rimedio
 
E’arduo enunciare quali e quanti siano i rimedi da applicare contro la violenza e la sua prevenzione. Tutti auspichiamo che il mondo si risvegli dal suo torbido torpore, che resusciti una sana coscienza, fondata su solidi principi, quali il rispetto per la vita, la civiltà, l’Amore, unici e preziosi beni rivolti alla pace, alla serenità, al benessere comune.
 
L’uomo ha la capacità e la grandezza di stupire con le sue mani e con la sua mente, purtroppo è capace di macchiarsi, attraverso questi, anche di azioni deplorevoli, indegne e infime.
 
Vorremmo poter credere solo nelle doti dell’uomo, perché giunga presto il giorno in cui nessuna donna soffra a causa sua.
 
 
 

 

giovedì 1 novembre 2012

La quercia

La quercia

Posted by: Ultimo0 in Poesia d'amore

Ultimo0

Versi a seguire la poesia  Sigillo d'amore  di Stregattablu

T’infondo il mio respiro
sia vento imponente
avverso l'indomita tempesta

Serro i pugni
contro il tempo crudele
l'abbraccio impietosa
ché non spezzi il delicato giunco

Il sole regna sull’orizzonte
le mie mani di marmo
continuano a sostenerlo alto
là dove regna Dio

So che m’ascolti mamma
aggrappati a me
al sudore asciutto dei miei occhi
tua impronta indelebile

 

© Gelsomina Shayra Smaldone